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"Notizie dalla Terra Santa"

 

Anno VI - 2010

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Questa Redazione, pur non condividendo sempre e necessariamente tutte le dichiarazioni degli autori nei testi citati, reputa che esse siano comunque utili fonti di informazione e riflessione.

Non omologati in alcun schieramento, in rispetto della libertà di pensiero e d'espressione garantite costituzionalmente, riteniamo irrinunciabile e giusto dare spazio a molte voci del dissenso, altrove negate.

TONY BLAIR,

L’ASCARI DI ISRAELE

di Claudio Moffa - www.claudiomoffa.it

Le dichiarazioni di Blair al Comitato britannico di inchiesta sulla guerra in Iraq – l‟ex premier inglese ha ammesso che “ufficiali israeliani influenzarono e parteciparono attivamente alla decisione statunitense e britannica di attaccare l‟Iraq nel 2003” - non hanno ricevuto alcuna attenzione seria da parte dei principali mass media italiani. Eppure la notizia è allo stesso tempo altamente attendibile e sconvolgente le normali letture del conflitto iracheno e delle guerre mediorientali in generale: attendibile perché il suo contenuto ha come fonte primaria lo stesso ex capo del governo brtitannico; sconvolgente perché rimette in discussione due luoghi comuni della politologia e dell‟opinionismo giornalistico sul Medio Oriente:

1) come ha notato giustamente Repaci nel diffondere in rete il dispaccio dell‟Irib, quelle dichiarazioni mettono in crisi il primato del fattore petrolio nelle vicende mediorientali degli ultimi vent‟anni: uno si sarebbe aspettato rivelazioni su riunioni segrete fra il leniniano “comitato di affari della borghesia” – e cioè il governo Blair – e qualche petroliere interessato alla rapina del greggio dell‟Iraq occupato: e invece no, le riunioni segrete ci sono state, ma con ufficiali israeliani, portavoce di un paese che sembrerebbe più attratto dagli scavi sotto la Moschea di Omar alla ricerca del mitico Tempio di Salomone che non da quelli dei pozzi petroliferi dei paesi contigui: anche perché la centrale nucleare di Dimona, attiva fin dai tempi di Kennedy, garantisce allo Stato ebraico una base forte per l‟autonomia energetica

2) il secondo luogo comune smentito è che siano le due superpotenze – USA e Inghilterra – a comandare il “piccolo Israele”, a usarlo o come avamposto di “democrazia” in mezzo alla “barbarie islamica” (destra), o come “pedina” delle loro mire imperialiste nella regione (sinistra). Le cose invero non stanno così, e dalle parole di Blair la superpotenza inglese risulta essersi comportata se non come una colonia di Israele, come un suo partner bisognoso di assistenza e di consigli sulla grave scelta da compiere. Un solo episodio, è vero, quella raccontato da Bush ma cruciale e determinante una svolta di carattere storico negli equilibri mediorientali e mondiali.

D‟altro canto il problema è generale e non riguarda solo la riunione citata da Blair. Non a caso l‟articolo dell‟Irib riporta anche la lamentela di uno dei due autori di The Israel Lobby, Walt, che queste cose aveva scritto nel suo libro ma era stato o smentito o accusato di “complottismo”. Dunque, oltre l‟episodio in sé, quel che emerge è il meccanismo di lunga durata del ruolo svolto dal sionismo nelle decisioni politiche dei governi del “libero Occidente”: con meccanismi del genere Londra – nonostante l’ostilità di una parte dell’establishment britannico - tirò fuori nel 1917 la Dichiarazione Balfour, permise alla Legione ebraica di Jabotinsky di combattere in Palestina contro l’Impero Ottomano e partecipò nel 1956 assieme a Francesi e Israeliani all’aggressione contro l’Egitto di Nasser.

Ma fermiamoci alla sola epoca postbipolare, quella svolta storica cioè che ha visto, attraverso una serie di eventi traumatici in molti paesi chiave per le dinamiche mediorientali, l‟incredibile moltiplicazione del potere di Israele in tutto il mondo: dall‟Italia post-tangentopolista alla Russia della famiglia finanziaria di Eltsin, dagli Stati Uniti neocons al tramonto del gollismo in Francia, dalle rivoluzioni colorate nell‟Est europa e nei Balcani (qui, colorate soprattutto di sangue), all‟Africa dell‟Etiopia post-Menghistu e del Ruanda del tutsi Kagame. Facciamo dunque una rassegna telegrafica parziale di fatti degli ultimi vent’anni, piccole unità di notizie su cui il politologo e il giornalista professionale dovrebbe lavorare per spiegarsi e spiegare come funziona il mondo di oggi dal punto di vista dei rapporti fra Israele e le “grandi potenze” mondiali: “Terrorismo islamico”? Notizie: il finanziere russo-israeliano Berezovsky, grande nemico di Putin, ha sostenuto la guerriglia islamica cecena; la guerriglia islamica del Kosovo è stata finanziata da Soros; i musulmani bosniaci sono stati difesi e accolti da Israele; nel Curdistan operano dopo il dissolvimento del regime di Saddam, agenti israeliani; la guerriglia islamica del Darfur è sostenuta da Israele. Dunque, esiste un “terrorismo islamico” pro-israeliano di cui nessuno mai parla.

11 settembre? Un gruppo di giovani agenti israeliani viene colto festante su un terrazzo di un edificio prospiciente le Twin Tower sotto attacco e in fase di crollo; lo speculatore ebreo Larry Silverstein guadagna 4 miliardi di dollari con una assicurazione sui due edifici sottoscritta pochi mesi prima l‟attentato; due impiegati newyorkesi della ditta israeliana Odigo vengono avvisati la mattina presto di non recarsi a lavorare; Bin Laden non avrebbe rivendicato l‟attentato prima di un anno e più; Colin Powell, la mattina dell‟attentato si accingeva ad andare a parlare all‟ONU per annunciare il “sì” di Washington allo Stato Palestinese. Discorso mai pronunciato, si andò alla guerra e all‟assedio di Arafat senza che Washington opponesse una resistenza credibile. Intanto continuano i tentativi di attentati islamici negli USA: nel 2003 venne fermato all‟aeroporto – notizia Haaretz – un mercante ebreo di diamanti che tentava di far attraversare alla dogana un missile; nello stesso anno un giovane israeliano viene fermato alla guida di un camion carico di tritolo, in prossimità di una base USA.

Bush jr. e Israele e l’Iraq? La composizione dell‟Amministrazione Bush fu decisa prima che la Corte Suprema pronunciasse il suo verdetto sul risultato delle elezioni: vi entrano oltre a Colin Powell, anche Cheney Rumsfeld e i neocons come “consiglieri” di guerra; contro Cheney e i falchi, Powell risulta essere nell‟estate 2001 a favore della riduzione delle sanzioni contro l‟Iraq; fine agosto, Tel Aviv, isolata durante Durban I (agosto-settembre 2001) da tutto il pianeta, lamenta di non essere ascoltata da Washington quando i kamikaze compiono stragi nelle città israeliane; poche ore dopo la strage delle Torri Gemelli, il clima cambia a favore di Israele e il 12 settembre Sharon dice: „adesso vi accorgete di cosa vuol dire essere sottoposti ad attacchi terroristici”; ancora il 12 settembre l‟allora ambasciatore israeliano Pazner minaccia l‟uso dell‟atomica contro la Siria; il 20 settembre i neocons scrivono a Bush, indicando le tappe della guerra al “terrorismo islamico”: c‟è non solo l‟Afghanistan ma anche, già allora l‟Iraq; inizia l‟assedio al debolissimo “cristiano”-sionista Bush da parte di Israele, dei mass media, dei falchi dell‟amministrazione; 2 ottobre, Sharon evoca la solita Monaco per stigmatizzare l' “imbelle” presidente USA, rifiuta un incontro con Arafat richiestogli a fine settembre da Bush e Colin Powell, e viene sentito dire: “we control America, and America knows it”; gennaio 2003, Bush in polemica evidente con Rumsfeld che già spediva le truppe nel Qatar, dice “sono io che decido se fare la guerra o no”; marzo, il congressista Jim Moran accusa Bush di stare per intraprendere una guerra per conto di Israele, e non degli USA; la stessa accusa di … Saddam Hussein, che durante la sua conferenza stampa nel giorno dell’invasione, si scaglia contro “gli americani, gli inglesi e dietro di loro il maledetto sionismo”. La conferenza viene trasmessa e tradotta in diretta e simultanea dal TG 1, la frase sfugge così alla censura. Il giorno dopo nessun quotidiano la riporta. C’è dunque da meravigliarsi che le dichiarazioni di questi giorni di Blair, che confermano clamorosamente l’accusa del Presidente iracheno del 20 marzo 2003, siano oggi ignorate dagli stessi mass media e siano state diffuse in Italia dall’agenzia iraniana Irib? No, perché si sta parlando di Israele, e le informazioni sullo stato ebraico seguono alcune regole sostanzialmente precise.

Quali sono queste regole?

1) le unità di notizia “scomode” circolano abbastanza frequentemente sulla stampa araba (poco attendibile per la spocchiosa presunzione occidentale) e su quella israeliana, molto meno su quella italiana. Come mai la notizia sulla ditta Odigo prima accennata, o quella sul missile del mercante di diamanti ebreo, non sono state riprese dai quotidiani italiani a smentita della tesi della “leggenda metropolitana” degli ebrei salvatisi l‟11 settembre o della natura vera di molto “terrorismo islamico”? Semplice, è come se un ebreo e un “gentile” dicessero che Israele ha commesso crimini contro l‟umanità a Gaza: il primo (di solito) solamente sbaglia, il secondo è un “antisemita”. Cosicché, quella notizia letta dal redattore esteri specializzato in Medio Oriente, e da lui non riversata sul grande pubblico italiano, assume i connotati di una sorta di “conoscenza massonica”: resta una notizia per l‟elite mediatica, che sa e anzi deve sapere come gira il mondo, ma non si deve azzardare a dirlo al “popolo”: e se anche tentasse, la macchina redazionale costruita dal direttore, ovviamente filoisraeliano (altrimenti non sarebbe tale), glielo impedirebbe.

2) Le unità di notizia che sfuggono a tale regola-filtro e vengono fatte circolare, non vengono poi né commentate adeguatamente, né assemblate con altre unità di notizie significanti, secondo la prassi di qualsiasi commentatore politico su qualsiasi altro problema che non sia la “questione Israele”. Esse notizie al contrario vengono lasciate parcellizzate e separate l‟una dall‟altra, e spesso ridotte a un trafiletto: nel 1993 il ministro Mancino riferì in Parlamento che l‟attentato al Duomo (non certo la statuetta dell‟aggressore di Berlusconi) era stato rivendicato a nome di una sigla islamica attraverso un cellulare appartenente a un cittadino israeliano. Il Corriere della sera pubblicò la notizia appunto in uno stringato trafiletto: eppure ci sarebbe stato di che commentare, fino a riproporre la memoria del br Mario Moretti, quello della stessa a sei punte del rapimento Macchiarini, quattro anni prima l‟assassinio del filoarabo Moro.

Si potrebbe continuare con una lunga catena di fatti e di notizie: si disvelerebbe così una più o meno forte “presenza” israelo-sionista già nella guerra Iran-Iraq degli anni Ottanta (scandalo contras); nel primo conflitto contro l‟Iraq del 1991; in alcuni episodi tragici della seconda guerra come le torture nel carcere di Abu Ghreib o la drammatica repressione a Falluja; nelle minacce di aggressione oggi contro l‟Iran, una guerra che persino Bush jr. ha voluto evitare e che invece è Israele a voler perseguire a tutti i costi. Un ruolo israeliano compare anche come nella guerra di Georgia dello scorso anno (vedi Eric Salerno su il Messaggero), nel colpo di stato in Honduras, nelle guerre africane postbipolari di cui alla denuncia di Gheddafi, nel processo di distruzione della federazione jugoslava degli anni Novanta. Ma di tutto questo si evita di parlare: al massimo, si assiste alla polemica fra “anticomplottisti” e “complottisti”, questi ultimi che depistano però la loro analisi verso i soli Stati Uniti o la sola Inghilterra, evitando – come insegna il loro silenzio sulle dichiarazioni di Blair – di accennare al ruolo sia pure ipotetico e eventuale di Israele.

Alle spalle di tale modo di informare - sì alla diffusione di una parte delle unità di notizie ma nessun approfondimento o quadro di sintesi; depistaggio verso gli USA o il - c‟è una sorta di lobotomizzazione del cervello, a sua volta indotta dalla sacralizzazione di tutto ciò che è ebraico: c‟è il dogma dell‟Olocausto, la paura di essere censurati o emarginati, e ovviamente c‟è tanta malafede e poca professionalità. Perché, attenzione, la questione non è certo di essere pro o contro Israele, la questione è attenersi innanzitutto ai fatti e su questi fondare analisi credibili. Non si tratta dunque di fare propaganda, ma semplicemente di contrastare l‟informazione deformata, e dunque la propaganda diffusa sui mass media che di volta in volta occulta le notizie scomode. Un discorso questo che riguarda giorno dopo giorno la cronaca degli eventi, ma nel lungo periodo anche la storia e il disvelamento della verità storica. Cosa scriveranno della guerra irachena del 2003, sulle sue radici vere, i libri di storia per le scuole fra 50 anni? Questa domanda ne suscita un'altra: cosa resterà delle dichiarazioni di Blair fra 50 anni? Certo resteranno documenti d‟archivio: ma chissà quale cortina fumogena attorno ad essi, una volta che un bravo ricercatore inglese li scovasse e li volesse utilizzare per una “revisione” delle guerre del suo paese. Un futuro inquietante che vive già nell‟oggi, come sanno tutti coloro che propongono nuove argomnentate letture di eventi in cui centrale è la “questione israeliana”.

 

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http://www.terrasantalibera.org/blair_ascari_israele.htm

 

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